Chissa se a Sophia Loren piace il pollo alle prugne…

..e chissà se Sophia Loren lo sa di essere l’oggetto del desiderio del violinista Nasser Ali. E se avrebbe mai immaginato di diventare un’icona sexy nell’Iran della fine degli anni Cinquanta. Eppure Marjane Satrapi e Vincent Paronnaud hanno scelto proprio lei per farcire il loro “Pollo alle prugne” di una serie di citazioni cinematografiche che ci riportano pure alla tabaccaia riminese di “Amarcord”, passando per “Persepolis”, il film-fumetto della Satrapi che qui viene richiamato alla mente con il nome di una sala in cui proiettano “La donna del fiume” di Mario Soldati. Ma ci sono anche altri nomi e altri richiami, anche politici. C’è Iran, la donna per cui il protagonista Nasser Ali si lascia morire, quando ha capito che forse il tempo delle illusioni si è concluso, e poi c’è un fratello che milita inutilmente in una sinistra inefficace. C’è un figlio che preferisce una vita più colorata, più bubble gum e pop corn, negli Stati Uniti ai malinconici panorami di Shiraz e c’è la morte che come l’angelo Azrael ti trova quando la invochi, ma che arriva anche quando la fuggi. Ci sono gli Alborz che stanno lì, immobili, maestosi e immutabili, a guardare una Teheran che non ha ancora conosciuto la Rivoluzione Islamica e la guerra contro l’Iraq. C’è anche un pollo alle prugne che non riesce a fare il miracolo di salvare il violinista che ha perso ogni ragione per vivere. Ci sono registri diversi, ma sempre estremi: grotteschi; drammatici; comici; surreali; romantici stranianti.

Ci sono le metafore e pare che le poesie si nutrano proprio di metafore.

C’è quindi l’essenza stessa della cultura iraniana, così evocativa e mai banalmente esplicita. E non c’entra niente la censura. Almeno così mi ha spiegato qualche anno fa, in uno dei nostri primi incontri, uno che – va a saperlo – sarebbe diventato un Orso d’Oro e poi un premio Oscar. Nel corso di una nostra chiacchierata, Babak Karimi– che quando dici ‘cinema’ sa bene quello di cui si parla- mi ha chiarito che uno dei luoghi comuni sul cinema iraniano “è che il nostro linguaggio poetico, metaforico, poco esplicito, nasca dalla censura. Non è così. Il cinema traspira poesia perché noi ci esprimiamo proprio in questo modo. Nel quotidiano”. La cultura cinemapoetica iraniana non è figlia della Rivoluzione islamica ma della mancanza di “una tradizione profonda di arti figurative. Un cineasta occidentale ha una storia di rapporto con l’immagine che un cineasta iraniano non ha; dall’altro lato però da noi l’enorme cultura poetica vuol dire metafora, e le metafore sono associazioni visive. In Iran la poesia permea la vita di tutti. È un approccio alla realtà. La poesia è l’aria che respiri”. Ed è per questo che i film iraniani mi piacciono così tanto. E pure il pollo alle prugne.

n.b. Le citazioni sono tratte da alcuni scritti preparati nel 2007 in occasione del Festival  Negroamaro sul Medio Oriente

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