Vertice dei Paesi non Allineati: Teheran gioca in casa e fa centro

di Antonella Vicini (per Resetdoc.org http://www.resetdoc.org/story/00000022071)

Giorni decisamente importanti per la Repubblica Islamica dell’Iran. Il vertice dei Paesi non Allineati, che si è svolto a Teheran il 30 e 31 agosto, è stata la platea ideale per ribadire le questioni che più stanno a cuore all’agenda del Paese e per tentare di dimostrare a Stati Uniti e Israele di non essere così isolato. La presenza a Teheran del segretario generale dell’Onu, che ha sottolineato il ruolo fondamentale della Repubblica Islamica per gli equilibri della regione e, soprattutto, per il dossier siriano è, infatti, un punto incassato a favore dei padroni di casa, così come l’autorizzazione ricevuta da Ban Ki moon a visitare alcuni siti è un sintomo di distensione con il Palazzo di Vetro. Dall’altro lato, la partecipazione straordinaria del presidente egiziano Mohamed Morsi – straordinaria perché si tratta della prima visita di un capo di Stato egiziano in Iran dal 1979 – è un messaggio arrivato anche in Israele che dopo la caduta di Mubarak ha perso le sue relazioni rassicuranti con l’Egitto.


Segno che i warning lanciati da Dipartimento di Stato Usa sul fatto che partecipare al summit non avrebbe dato “un buon segnale”, dal momento che l’Iran è “in violazione di molti dei suoi obblighi internazionali”, non hanno avuto molta eco. Teheran ha ospitato per circa una settimana rappresentanti e diplomazie di due terzi degli Stati membri delle Nazioni Unite (centoventi Paesi e trentasei capi di stato e di governo, stando ai dati forniti dagli organizzatori), fra cui quelle di India, Afghanistan, Iraq, Qatar e Pakistan, e ha portato nel salotto buono di casa questioni più che mai cruciali in questo momento, come il dossier nucleare, la situazione siriana, la riforma delle Nazioni Unite e la questione palestinese. Ha fatto parlare di sé senza l’ondata di reazioni indignate che di solito seguono le dichiarazioni dei suoi leader e ha riacceso gli obiettivi sui Nam, come non succedeva da tempo.

Lasting Peace through Joint Global Governance
“Una pace duratura attraverso una governance globale condivisa” questo l’obiettivo dichiarato del summit, sin dal nome. Il documento finale fissa l’attenzione su tre macrotemi: il problema della governance globale; la situazione regionale in Medio Oriente, Africa, America Latina e area caraibica; lo sviluppo umano, sociale e dei diritti umani. E in particolare pone l’accento sugli attuali risvolti della crisi internazionale, sulla situazione in Siria e sulla riforma delle Nazioni Unite, compreso il Consiglio di Sicurezza e l’Assemblea Generale.Un punto, quest’ultimo, che sta molto a cuore ad alcuni dei Paesi Nam (in particolare l’India, il Brasile e anche l’Egitto che, in base ad alcuni dei piani di riforma abbozzati negli anni, potrebbero trarre benefici da un esecutivo dell’Onu allargato ad altri Stati) e a cui aveva accennato anche la Guida Suprema iraniana Ali Khamenei, alla vigilia del Summit, parlando di un Consiglio di Sicurezza “illogico”, “ingiusto”, “completamente antidemocratico” e di “una stanza di controllo del mondo” governata “dalla volontà dittatoriale di pochi”.

Khamenei e l’atomo buono di Teheran
Nel suo discorso d’apertura del summit, Khamenei ha voluto anche ribadire che la Repubblica Islamica dell’Iran non perseguirà mai l’obiettivo di dotarsi di armi nucleari perché considera “un peccato imperdonabile” l’uso di simili strumenti e rilanciando l’idea di un Medio Oriente denuclearizzato, libero da armi atomiche: “noi ci impegneremo in questo”, ha detto.

“Tutto ciò non significa la rinuncia al nostro uso pacifico della potenza nucleare e alla produzione di energia atomica. Sulle basi delle legge internazionali l’uso dell’energia nucleare è diritto di ogni Paese”, ha proseguito richiamandosi, di fatto, all’articolo IV del Trattato di Non Proliferazione in base al quale nessuna disposizione del trattato deve essere considerata come pregiudizievole per il diritto inalienabile delle Parti di promuovere la ricerca, la produzione e l’utilizzazione pacifica dell’energia nucleare.

Senza dimenticare una stoccata Oltreoceano: “l’amara ironia della nostra epoca è che il governo degli Stati Uniti, che possiede le riserve più grandi e più mortali di armi nucleari e di altre armi di distruzione di massa e l’unico Paese colpevole del suo utilizzo, è oggi desideroso di portare la bandiera di opposizione alla proliferazione nucleare”.

Obiettivo Siria, pomo della discordia
Oltre al nucleare iraniano, la questione siriana è stata prevedibilmente uno dei nodi centrali del summit. Tra gli osservatori c’è anche chi ipotizza che la presenza di Ban Ki moon a Teheran sia stata motivata dalla possibilità di discutere della situazione in Siria con i principali attori della regione, tanto che alla vigilia del vertice, e dopo aver incontrato il capo del parlamento iraniano Ali Larijani, il segretario generale dell’Onu ha ufficializzato l’intenzione di discutere con la leadership iraniana di questo “fondamentale dossier”.

“L’Iran ha un ruolo molto importante nel contribuire alla risoluzione dei problemi siriani e riflette la volontà del popolo siriano di arrivare a una soluzione pacifica”, ha dichiarato.

E la Repubblica Islamica ha risposto proponendo un’iniziativa congiunta iraniano-egiziana per la costituzione di un gruppo di contatto per la Siria, sancendo così il disgelo fra Il Cairo e Teheran; ma dopo le parole del presidente egiziano Mohamed Morsi che ha chiesto alla platea del vertice sostegno al popolo siriano, “contro l’oppressivo regime che ha perso la sua legittimità”, bisognerà ora valutare lo stato dei rapporto egizio-siriani.

Se la reazione immediata della delegazione di Damasco a Teheran è stata quella di abbandonare l’aula, a distanza di alcune ore dalla chiusura dell’incontro si sono fatte sentire le proteste siriane, al punto che il ministro degli Esteri siriano Walid al Mualem ha accusato Morsi di aver violato le regole dei Nam e di “aver interferito negli affari interni di uno stato membro”, mentre l’ambasciatore siriano in Iran, Hamid Hassan, ha detto chiaramente che “le affermazioni del presidente egiziano sono così sbilanciate da averlo tagliato fuori da qualsiasi piano volto alla soluzione dei problemi siriani”.

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