Gli israeliani amano gli iraniani e viceversa: storia di una campagna di pace *

tratto da Resetdoc.org http://www.resetdoc.org/story/00000022082

di Antonella Vicini

Su Facebook sono più di 85mila e hanno i volti di giovani, adulti e bambini; uomini e donne; iraniani e israeliani, ma anche di americani, tedeschi, polacchi, libanesi e italiani. Nessuno di loro è pronto a morire in una guerra che non li rappresenta e che non vogliono. “Not ready to die in your war” è il loro slogan che sta facendo il giro della rete ormai da alcuni mesi con un salto dal mondo virtuale a quello reale, visto che per le strade di Tel Aviv, alle fermate dei bus, campeggiano cartelloni pubblicitari con questo stesso motto.


Il suo ideatore è Ronny Edry, un padre, un insegnate e un graphic designer, come si definisce lui stesso, ma soprattutto un cittadino israeliano che ha messo su una massiccia “campagna di pace” attraverso la rete, secondo il principio che “la pace deve essere virale”. L’obiettivo dichiarato è di fare pressioni sui propri governanti e, molto più in generale, dare voce alla gente comune, coloro che in prima persona pagherebbero le conseguenze di un’eventuale azione militare israeliana contro l’Iran.

“Ci sono milioni di persone che saranno danneggiate. Saremo arruolati, dovremo combattere, perdere le nostre vite, i nostri cari. Noi, genitori di Tel Aviv e di Teheran ci rifugeremo con i nostri figli e pregheremo che i missili non ci colpiscano. Ma loro cadranno da qualche parte, su qualcuno”.

Questo è lo scenario che prende forma nel messaggio allegato alle fotografie di tutti coloro che stanno prendendo parte all’iniziativa, mettendoci letteralmente la faccia. Ci sono Sheida, Noushin, Sahand; Sepehr, Mohammad; Elmira, Sajad e Syrus dal’Iran, ma anche Tali, Leni, Yaakov e figli, Daria, Maureen e Hadil da Israele. E poi Noémie dalla Francia, Andrew dall’Australia, Sara dal Canada; Gabriel e Santiago dal Messico, Vera dalla Svizzera, Mohamed dal Sudan e Francesca e Filippo dal’Italia. E tanti, tanti, altri. Sorrisi, saluti, un bacio al proprio figlio o al proprio gatto; una linguaccia. Momenti di vita ritratti a testimoniare che non si è pronti a morire nella “loro guerra”.

Tutto nasce quasi per caso, il 15 marzo scorso quando Ronny e sua moglie, Michal Tamir, postano un’immagine su Facebook il cui messaggio è chiaro e inequivocabile: “Iraniani, noi vi amiamo e non bombarderemo mai il vostro Paese”.

Nel giro di ventiquattro ore, spiega Edry, “migliaia di persone hanno condiviso il poster su Facebook e io ho iniziato a ricevere messaggi dall’Iran”. Il giorno seguente, lo spazio guadagnato sui principali media, tv e giornali, ha dimostrato come lo slogan stesse già facendo il giro del mondo. In poco tempo. Inaspettatamente.

Il sistema è ormai collaudato: utilizzare il potere infinito di social network e community in rete, nel passaparola e nel donare visibilità, condividendo immagini e slogan e invitando gli amici a fare lo stesso. Ma Israel loves Iran è anche una raccolta fondi per aiutare il movimento a crescere e per stampare poster che invadano non solo Tel Aviv, ma superino magari i confini nazionali. Per il momento, però, l’obiettivo a più breve termine è fallito lo scorso 22 settembre. Edry aveva puntato forse troppo in alto: 150mila dollari, attraverso la piattaforma virtuale di crowdfunding http://www.indiegogo.com/peacefactory, ma ha dovuto accontentarsi di poco più di un decimo della cifra prefissata (15,770 dollari).

In ogni caso ormai il meccanismo è partito e va avanti da solo, con varie declinazioni. La stessa comunità virtuale in questi giorni ha ideato un nuovo slogan, I’m sorry, attraverso cui palestinesi e israeliani si chiedono scusa per ciò che accade nei loro rispettivi Paesi.

Dall’Iran, invece, la risposta quasi immediata è stata “We love you too”. Vi amiamo anche noi dicono gli iraniani, aprendo su Facebook la pagina Iran-Loves-Israel, meno visitata ma che vanta tuttavia più di 24mila contatti. Il modello di Edry più o meno si ripete, con manifesti pubblicitari virtuali e uno slogan che in questo caso è “Ready to live in peace”, cioè “pronti per vivere in pace”, a cui segue qualche variazione su tema: “Non pronti a vedere la gente morire nella vostra guerra”.

Ronny Edry (che non dimentichiamoci di mestiere fa il grafico) non è il solo israeliano che in questo delicato momento ha scelto la rete per diffondere un verbo pacifista e per fare pressing sui suoi politici. Alla fine del mese di agosto, un gruppo di attivisti ha diramato un appello rivolto direttamente ai piloti dell’Israeli Air Force, chiedendo loro di “rifiutare” di prestare servizio in caso di un’ azione militare contro l’Iran. Nel testo si fa riferimento sia all’ansia crescente per i venti di guerra in Israele, sia a tutte le possibili conseguenze di un attacco ai siti nucleari iraniani, da quelle diplomatiche, come un rafforzamento del regime iraniano e un danneggiamento dell’immagine israeliana, alla dispersione di materiali radioattivi, al blocco dello Stretto di Hormuz, con una conseguente crescita del prezzo del petrolio, al pericolo di incappare in una sorte simile a quella di Gilad Shalit, che è rimasto nelle mani di Hamas per più di cinque anni. Insomma, le argomentazioni usate dai pacifisti per convincere gli eventuali obiettori sono vaste e varie.

La questione dei refusnik in Israele però non è nuova e questo non è certo il primo documento del genere. Nel 2003 fece notizia la lettera di ventisette piloti militari israeliani che misero nero su bianco il loro “NO” a ordini di attacchi definiti “illegali e immorali” nei Territori Palestinesi. Questa, però, è probabilmente la prima volta che si fa appello all’obiezione di coscienza preventiva. Segno evidente che il dissenso interno in Israele nei confronti della politica di Netanyahu oltreconfine è crescente, così come le pressioni dell’esecutivo israeliano sulle diplomazie internazionali. Solo pochi giorni fa, il primo ministro ha criticato l’amministrazione Obama, in piena campagna elettorale, per non avere delineato dei confini ben precisi per arginare la Repubblica Islamica. “Non ci fermeremo finché non vedremo una chiara determinazione da parte delle democrazie del mondo e una altrettanto chiara linea rossa. Più velocemente ne stabiliremo una e più grandi saranno le possibilità di non dover ricorrere ad azioni” militari, ha detto Netanyahu.

Sono queste voci di guerra che hanno fatto nascere le campagne di pace sul web. Uno degli ultimi sondaggi pubblicati in Israele, realizzato dal think-and-do- tank Israel Democracy Institute, rivela che il 60,7% degli interpellati è contrario a un attacco contro l’Iran (il 28,7 % di loro è “fortemente contrario) a fronte di un 27, 1% a favore. Il 12.2 % resta incerto. Da rilevare, però, che il 55.6% ritiene si tratti di una possibilità concreta in questo momento.

Immagine: www.israellovesiran.com (cc)

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