Indosserò come orecchini una coppia di due ciliege rosse e incollerò petali di dalia sulle mie unghie..*

Il suo nome in farsi significa luminosità. Ma per la legge del contrappasso i suoi versi sono spesso cupi e malinconici. Forugh Farrokhzad ci parla“….dall’estremità della notte/Dall’estremità dell’oscurità/e dall’estremità della notte….”.
“Se verrai a casa mia, mio caro/portami un lume/e una piccola finestra/per guardare/la stradina affollata e felice”.

Forugh Farrokhzad è una delle più importanti poetesse persiane. È, anche se non c’è più, morta nel 1967 a trentadue anni in un incidente stradale. Solo quattro anni prima, l’Unesco le aveva dedicato un filmato di mezz’ora e il nostro Bernando Bertolucci un’intervista filmata di quindici minuti. Ma attraverso il cinema l’ha immortalata più di tutti Abbas Kiarostami, ispirandosi ai versi di “Il vento ci porterà via”, da cui l’omonimo film: “Nella mia piccola notte il vento, e le foglie si ritrovano. /Nella mia piccola notte la paura, è distruzione. /Ascolta, senti il frusciar dell’oscurità?/Io guardo meravigliato, questa felicità/ Del mio pessimismo, son dipendente./Ascolta, senti il frusciar dell’oscurità?/Ora nella notte qualcosa sta passando, e la luna rossa è in allarme. /Su questo letto, che ogni attimo teme il crollo, le nuvole, come un popolo in lutto,/attendono il momento della pioggia.

Un momento e subito dopo… nulla più./ Dietro questa finestra la notte trema e la terra arresta il suo girare./ Oltre la finestra, un estraneo si preoccupa di me e di te./ Oh corpo rigoglioso…le tue mani come doloroso ricordo, poggia tra le mie innamorate./ E le tue labbra, come una sensazione calda di vita, lasciale carezzare le mie labbra innamorate./ Il vento ci porterà via”. (traduzione di Babak Karimi)

Le sue foto ce la ricordano bella e libera. Libera perchè Forugh è stata sicuramente un animo inquieto, ma in grado di sfidare la sua società, la sua cultura (siamo nell’Iran degli anni Cinquanta e Sessanta, al tempo dello scià, ben prima della Rivoluzione Islamica) e la tradizione dei matrimoni combinati, con l’idea di una donna che trova la sua realizzazione tra le mura domestiche. Forugh abbandona un marito (suo cugino) che aveva dovuto sposare a diciasette anni, lasciandogli però anche il figlio Kamyar a cui è dedicata “Una poesia per te”, e vive una vita alla ricerca di sé, dell’arte e della poesia. E del cinema. Suo compagno, infatti, sarà l’autore e regista Ebrahim Golestan. Ma, da protagonista delle sue scelte, studiò cinema a Londra e nel 1962 diresse un documentario sui malati di lebbra, “Khoneh siah ast”, che ottenne numerosi riconoscimenti internazionali.

Forugh è un personaggio che certamente rompe tutti gli schemi e i cliché sulle donne islamiche e su quelle iraniane. Non solo per la sua intensa attività artistica e per le sue vicende personali, ma soprattutto per quella profonda e audace sensualità che trabocca dai suoi versi.

Come ne “Il peccato” (Ho peccato, un peccato tutto riempito di piacere/avvolta in un abbraccio, caldo e ardente,/ho peccato tra due braccia/ che erano piene di vita, virile, violente./ Nel luogo debole e silenzioso dell’isolamento/ ho guardato nei suoi occhi che erano pieni di mistero/ il mio cuore ha palpitato nel mio petto anche troppo fremente/per il desiderio che ardeva nei suoi occhi.

Nel luogo debole e silenzioso dell’isolamento/ come mi sono seduta accanto a lui tutto l’interno in agitazione/ le sue labbra si sono posate sulle mie labbra/ ed io ho lasciato cadere i dispiaceri del mio cuore.

Ho sussurrato nel suo orecchio queste parole di amore:/Ti voglio, amico della mia anima
voglio che tu mi stringa tra le tue braccia/voglio che tu ti stringa a me, che sono folle d’amore per te.

Il desiderio è sgorgato nei suoi occhi/come del vino rosso sgorgato da una coppa/il mio corpo ha volato sopra al suo/ nella morbidezza del letto soffice.

Ho peccato, un peccato tutto riempito di piacere/accanto a un corpo ora debole e languido,
sono consapevole di quello che ho fatto/nel luogo indistinto e silenzioso dell’isolamento
) che non ci parla di una poetessa o di un’artista, ma semplicemente di una donna.

A Firenze, domani alle 19, i suoi versi verranno letti da Laura Croce, Setareh Eskandari, Luisa Bosi e Leyla Bazeghi nel corso di un reading nel caffè letterario dell’ex penitenziario delle Murate.

 

* Il titolo del post è tratto dai bellissimi versi di “Un’altra vita”, qui in versione integrale

Il mio intero essere è un cantico dell’oscurità/ che ti porterà perpetuandoti/ all’alba della eterna crescita e fioritura

In questo cantico io ti ho infuso/ infuso in questo cantico/ti ho innestato all’albero, all’acqua, al fuoco

la vita è forse /una lunga strada dove/ogni giorno una donna passa/recando in mano un cestino

La vita è forse/una corda con la quale/un uomo si appende/ad un ramo

La vita è forse/un bambino che torna da scuola

La vita è forse/l’accendersi di una sigaretta/durante il torpore narcotico/tra due strette d’amore
o un uomo che passa con lo sguardo assente/e si toglie il cappello davanti ad un altro passante
con un sorriso privo di significato ed un buongiorno

La vita è forse/quel momento chiuso/in cui il mio sguardo si frantuma nelle pupille dei tuoi occhi
e lì c’è una sensazione/che io confondo con la mia conoscenza della luna/e la mia percezione dell’oscurità

in una stanza grande come la solitudine/il mio cuore
che è grande come  l’amore/guarda ai semplici pretesti della sua felicità/al bel declino dei fiori in vaso/agli alberelli che hai piantato nel nostro giardino/e al canto dei canarini
che cantano nello spazio di una finestra

AH
Questa è la mia sorte/questa è la mia sorte/la mia sorte
è il cielo che mi viene rubato dall’appendere una tendina/
la mia sorte
è scendere una rampa di scale in disuso/è raggiungere qualcosa, nella putrefazione e nostalgia

la mia sorte è triste passeggiata/nel giardino dei ricordi/e morire nella tristezza di una voce che mi dice
IO AMO
LE TUE MANI

Io pianterò le mie mani nel giardino
crescerò/lo so/lo so/lo so

e le rondini/nelle cavità delle mie dita sporche di inchiostro/deporanno le uova

indosserò come orecchini/una coppia di due ciliege rosse/e incollerò petali di dalia sulle mie unghie

c’è un vicolo/dove i ragazzi che sono stati innamorati di me ancora/si aggirano con gli stessi capelli scompigliati/i colli sottili e le gambe gracili/e pensano ai sorrisi innocenti di una sfacciata bambolina/che una notte il vento prese con sé

c’è un vicolo/che il mio cuore ha rubato/ai quartieri della mia infanzia

il viaggio di una forma lungo la linea del tempo/e fecondante la linea del tempo con la forma
una forma cosciente di una immagine/che ritorna dal festino di uno specchio

è in questo modo/che qualcuno muore/ e  qualcuno continua a vivere

nessun pescatore troverà mai una perla/in un piccolo ruscello che si getta in un fossato

conosco una piccola triste fata/che dimora in un oceano/e canta dolcemente il suo cuore in un piccolo flauto

una piccola fata triste/che muore con un bacio ogni notte/ e che all’alba con un bacio è rinata

 

 

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