Il futuro dell’Iran è nelle mani delle nuove generazioni?

…è la domanda a cui sembra dare risposta, argomentando ampiamente le sue tesi, Pejman Abdolmohammadi, l’autore dell’articolo apparso sulla versione online di Limes, che riportiamo qui per intero.
Pejman Abdolmohammadi è uno studioso iraniano, che vive in Italia e insegna Storia e istituzioni dei paesi islamici, alla Facoltà di scienze Politiche, presso l’Università di Genova. Il contributo di oggi è il primo di altri che saranno ospitati da SguardiPersiani.
Nella sua analisi Pejman, che ho avuto il piacere di conoscere e intervistare lo scorso anno (clicca qui per leggere l’intervista), punta molto sul fattore generazionale come elemento di rinascita del Paese, facendo riferimento al cosiddetto”rinascimento persiano” quale terza via per risolvere l’attuale impasse politico fra Iran e Occidente. Una via “che trae la propria linfa dalle idee laiche e moderne sviluppate dalle nuove generazioni” e che “può essere considerata un vero e proprio soggetto politico capace di imprimere una svolta decisiva per il futuro dell’Iran”.

Iran: intervento militare, compromesso storico o rinascimento persiano?*

di Pejman Abdolmohammadi per LIMES
Per evitare che Teheran si doti dell’atomica, gli Usa possono prendere in considerazione la “terza via”. L’alternativa del sostegno alle nuove generazioni dell’Iran è un’opportunità per la nascita di una leadership democratica e per l’edificazione di un modello di Stato laico.

Da ormai diversi anni la questione del nucleare iranianosi trova in cima alle agende di politica estera dei maggiori paesi occidentali, con maggiore preminenza in quelle di Stati Uniti e Israele. Sembra ormai irrevocabile la decision

by usaction.org

e sulla strategia che il blocco occidentale dovrà adottare nei confronti della Repubblica Islamica. In questo momento, le due principali opzioni si distinguono tra la prospettiva di un intervento militare israeliano diretto contro le basi nucleari iraniane e la possibilità di assistere a una sorta di inedito compromesso storico tra Washington e Teheran. La prima possibilità è caldeggiata con determinazione dal governo israeliano di Benjamin Netanyahu, che trova nel candidato repubblicano Mitt Romney un solido appoggio, mentre la seconda opzione rientra nei piani strategici del presidente in carica Barack Obama.

Se alle presidenziali di novembre dovessero vincere i repubblicani di Romney, l’opzione dell’intervento militare sostenuta da Israele troverebbe senz’altro un sostegno a Washington. Le conseguenze di un attacco militare israeliano restano comunque incalcolabili: si potrebbe difatti assistere a un’immediata escalation di conflitti nella regione mediorientale, in grado di scatenare una guerra senza confini. Alcune settimane fa il comandante dei pasdaran, Amir Hajizadeh, ha riesumato lo spettro dello scoppio di una terza guerra mondiale nel caso di un attacco contro Teheran. Sicuramente l’intervento bellico contro le testate nucleari offrirebbe più di una certezza al governo di Netanyahu, almeno nel breve periodo, con la garanzia di una maggiore stabilità interna per il suo governo.

Le conseguenze di un intervento militare potrebbero paradossalmente essere utili anche per i vertici della stessa Repubblica Islamica: un attacco missilistico, oltre ai danni alle infrastrutture, provocherebbe la morte di un considerevole numero di cittadini iraniani, offrendo al regime l’occasione per rispolverare la propria macchina propagandistica anti-sionista e anti-imperialista in grado di rivitalizzare lo spirito di una popolazione che da tempo è disincantata verso il governo degli ayatollah e dei pasdaran. Sotto questa prospettiva, un attacco potrebbe ricompattare il popolo dell’antica Persia, rinsaldandone il consenso contro il nemico comune.

Da un lato le classi medio-basse, finora insoddisfatte del regime, per motivi prettamente economici, potrebbero riavvicinarsi a esso se fomentati da una propaganda islamico-sciita mirata a sensibilizzarne le gomene della religiosità, attraverso la strumentalizzazione delle vittime di un attacco presentate come martiri dell’Islam.

Il culto del martirio (shahadat) nello sciismo è vivo e presente ed è in grado di accendere emozioni e partecipazione politica, in particolare nelle classi meno abbienti del paese. La guerra tra Iran e Iraq è stato un formidabile esempio di come la Repubblica Islamica sia riuscita abilmente a servirsi dell’ideologia sciita per aizzare le masse, trascinando in guerra migliaia di giovani e giovanissimi, pronti ad immolarsi per gli ideali religiosi.

D’altro canto, anche nelle classi medio-alte rappresentate dalle opposizioni e dagli intellettuali, l’aggressione da parte di una potenza straniera potrebbe risvegliare una sorta di patriottismo, determinando almeno per un certo periodo un loro riavvicinamento all’attuale regime. Dati tali presupposti, alla Repubblica degli ayatollah si presenterebbe la prospettiva di avvalersi sia dell’appoggio sciita delle classi popolari che dei sentimenti nazionalisti tipici delle classi più colte, con l’opportunità di riunificare le categorie sociali e politiche del paese sotto l’esigenza di fronteggiare il pericolo rappresentato da un attacco.

Il compromesso storico consisterebbe invece nel raggiungimento di un accordo, ratificato dietro le quinte, tra i vertici della Casa Bianca e quelli della Repubblica Islamica. Secondo questa teoria, il regime iraniano proporrebbe agli occidentali di interrompere in maniera definitiva la proliferazione nucleare attraverso la produzione dell’uranio arricchito. Le prove che in questo caso Teheran presenterebbe agli occidentali dovranno essere convincenti ed inequivocabili perché il compromesso si possa raggiungere, dato che in questo caso il via libera di Israele è fondamentale. In altri termini, Israele dovrà essere rassicurato del fatto che, almeno per i prossimi 15 anni, l’Iran non potrà produrre l’arma atomica.

A questo punto la Repubblica Islamica avrebbe garantita da Washington l’assicurazione di non essere inserita nella lista degli Stati mediorientali che dovranno subire il regime change nel corso dei grandi cambiamenti in Medio Oriente. Gli Usa assicurerebbero così all’Iran la sopravvivenza politica dopo un’eventuale caduta di Damasco. Il governo americano intravede nel compromesso storico con la Repubblica Islamica una logica convenienza di breve periodo: da un lato, l’accordo fermerebbe la pressione israeliana per una guerra contro l’Iran, mentre dall’altro permetterebbe a Washington di occuparsi con maggiore attenzione degli altri contesti mediorientali, con lo scopo di edificare il nuovo grande Medio Oriente, potenziale futuro alleato del fronte occidentale nella guerra globale contro la Cina.

Anche sotto questa prospettiva la Repubblica Islamica avrebbe un suo interesse nel raggiungere il compromesso menzionato sopra. Il regime iraniano è ormai un vecchio sistema politico-ideologico in declino che conosce un’emorragia di consenso tra la propria popolazione. Le nuove generazioni, che costituiscono la maggior parte degli iraniani, non condividono più quei valori che dettero vita nel 1979 alla Repubblica Islamica dell’ayatollah Ruhollah Khomeini. Pertanto, alla luce dei radicali cambiamenti avvenuti in Nord Africa e in Medio Oriente, una repubblica islamica come quella iraniana, priva del sostegno popolare, potrebbe considerare senz’altro conveniente un compromesso di siffatta portata.

Va comunque sottolineato che entrambe le soluzioni, quella del compromesso storico e quella dell’intervento militare, giocherebbero a favore della Repubblica Islamica e a svantaggio della società civile persiana. Infatti, le due opzioni prese in esame ignorano totalmente i cambiamenti epocali attualmente in corso in Iran che, forieri di una terza via rispetto alle due opzioni prese in esame, possono essere qualificato sotto l’epiteto di rinascimento persiano. Negli ultimi trent’anni si è gradualmente affermata una nuova generazione, classificabile come quella più laica del Medio Oriente, composta da almeno 45 milioni di giovani sotto i 34 anni su una popolazione complessiva di circa 70 milioni di persone. L’ondata di cambiamento in grado di dare vita a un nuovo sistema politico-istituzionale, che trae la propria linfa dalle idee laiche e moderne sviluppate dalle nuove generazioni, può essere considerata un vero e proprio soggetto politico capace di imprimere una svolta decisiva per il futuro dell’Iran.

La separazione della religione dalla politica, la parità tra uomo e donna, la libertà di pensiero e di espressione, il rispetto dei diritti umani, la democratizzazione del paese, sono i principali contenuti capaci di ispirare e unire le nuove generazioni che, sebbene suddivise in diverse correnti politiche (riformiste, laiche, liberali, comuniste e di altri orientamenti politici) chiedono all’unisono la fine del dispotismo della Repubblica Islamica e l’istituzione di un nuovo sistema democratico.

È risultato eclatante, a tale proposito, il caso della campagna ‘No al velo obbligatorio’ lanciato su facebook alcune settimane fa da alcuni giovani persiani, alla quale hanno aderito spontaneamente oltre 25mila persone. In questa battaglia, che chiedeva la libertà di scelta per le donne di indossare il proprio abbigliamento preferito, si sono impegnate sia le islamiche con il chador che le donne laiche senza il velo, oltre a tantissimi uomini. Questo dato di fatto rappresenta la prova che la nuova generazione, a prescindere dal proprio credo religioso, auspica la netta separazione della religione dalla politica.

Suddividiamo i circa 45 milioni di giovani in tre fasce d’età: quella che va dai 17 ai 22 anni, quella che va dai 23 ai 28 e quella dai 29 ai 34. Queste formazioni generazionali hanno tutte le potenzialità per poter dare vita ad una nuova èlite e ad una nuova classe dirigente. La categoria dei giovani con maggiore età potrebbe assumere la leadership e trovare milioni di giovanissimi tra le file delle fasce di età inferiori, pronti al sostegno e alla partecipazione politico-culturale.

Un fenomeno ampiamente diffuso tra la gioventù iraniana pertiene alla riscoperta di quei valori peculiari della Persia pre-islamica, contraddistinta dalle figure di grandi personalità come Dario e Ciro il grande, sovrani illuminati a capo di civiltà notevolmente progredite sia sul piano dei valori che su quello dei diritti. Come celebre testimonianza di quanto appena affermato è opportuno citare il “Cilindro dei diritti umani di Ciro”, un reperto in terra cotta databile al VI secolo a.C., sopra il quale sono incisi i principi immortali sulla dignità e sull’inalienabile libertà di ogni individuo. Tra le iscrizioni presenti sul Cilindro, di capitale importanza sono senz’altro quelle affermazioni sull’iniquità della schiavitù e sull’imprescindibile diritto di ogni uomo a professare liberamente la propria fede religiosa.

Questi valori, al giorno d’oggi, in corrispondenza del diffuso malcontento nei confronti della Repubblica Islamica, sono sempre più rivisitati e riproposti dagli esponenti della nuova generazione. Il riscoperto interesse dei ragazzi iraniani verso gli ideali dell’antica Persia è talmente profondo che gli stessi giovani amano condividere nei loro scambi, a guisa di veri e propri codici di comunicazione, sigle e nomi che fanno riferimento ai protagonisti di quella civiltà, dalla quale traggono l’ispirazione per edificare un rinascimento tutto persiano.

A questo punto ci si potrebbe chiedere se non sia anche nell’interesse degli Stati Uniti impegnarsi per una politica estera meno miope, improntata sul sostegno al movimento dei giovani persiani e sul diniego di qualsiasi proposito inerente al compromesso storico con la Repubblica Islamica o all’attacco militare contro Teheran. Negli ultimi tempi, noti consulenti e analisti dell’Iran vicini alla Casa Bianca stanno spingendo Obama verso la direzione del compromesso. Come già rimarcato in precedenza, per quanto questo approccio possa sembrare quello più conveniente agli americani, lo sarebbe in realtà solo nel breve periodo: con il passare del tempo gli Stati Uniti finirebbero per rendersi conto che la Repubblica Islamica, per evidenti ragioni economiche e geopolitiche, nemmeno se vincolata da un compromesso rinuncerebbe mai all’alleanza con i cinesi.

Al contrario, un nuovo Iran guidato dalle nuove generazioni sarebbe per sua natura più vicino a Washington che a Pechino. Si tratterebbe di un sistema politico democratico e indipendente, che da un lato diventerebbe un modello di laicità per Medio Oriente, mentre dall’altro potrebbe fungere da spina nel fianco di Pechino e di Mosca, i due principali rivali degli Usa. A questo proposito, per comprendere la tendenza laico-democratica di queste nuove generazioni, basti pensi a slogan come ‘Morte alla Cina’ e ‘Morte alla Russia’, lanciati spontaneamente dai giovani oppositori dell’Onda verde nel 2009, oppure al motto ‘Libertà, Indipendenza e Repubblica Iraniana’.

Pertanto, in concomitanza con gli sviluppi in corso in Nord Africa e in Medio Oriente e specularmente ai nuovi sistemi ‘demo-islamici’ guidati dalla Turchia di Tayyip Erdogan e dall’Egittodei fratelli musulmani, si inserirebbe nel nuovo Iran il modello alternativo di una democrazia laica. Se però dovesse passare la linea del compromesso o dell’intervento militare, si finirebbe inevitabilmente per dare ossigeno al regime islamico, rischiando così di compromettere seriamente il processo di cambiamento in corso e di soffocare nella culla un rinascimento persiano in procinto di manifestarsi compiutamente.(18/10/2012)

* http://temi.repubblica.it/limes/iran-intervento-militare-compromesso-storico-o-rinascimento-persiano/39222

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5 risposte a “Il futuro dell’Iran è nelle mani delle nuove generazioni?

  1. Il tempo dei cambi di regime eterodiretti si sta per concludere; non ne sono sicuro, ma è possibile che la stessa Siria alla fine non si pieghi agli assalti degli invasati (problemi economici permettendo).

    Curiosità alternativa: il re d’Arabia ha affermato qualcosa del tipo “abbatteremo gli aerei israeliani qualora tentassero sortite in Iran”; affermazione che fa il paio con l’invito rivolto dal re al presidente iraniano a sedere al suo fianco all’ultimo vertice che li ha visti riuniti assieme. Un eventuale attacco agli iraniani potrebbe avere conseguenze molto ampie, e molto diverse da quello che diamo per scontato.

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