Obama o Romney?Questo è il dilemma

Che impatto avranno le presidenziali Usa sull’Iran?

La domanda se la pongono in molti e c’è chi ha già ipotizzato una serie di risposte anche su questo blog

In Iran restano convinti che la politica degli Stati Uniti nei loro confronti non cambierà; idea che nasce dall’osservazione della storia degli ultimi anni e dalla continuità sostanziale (non certo formale) tra George W. Bush e Barack Hussein Obama.

A proposito di diversità formale, oltre al fatto di essere evidentemente più simpatico del suo predecessore, Obama è stato il presidente che per primo ha tentato un disgelo virtuale poco dopo la sua elezione, inviando il famoso videomessaggio di Happy Nowruz (il buon nuovo anno persiano) con gli auguri in farsi: Eid-eh Shoma Mobarak. Un gesto che colpì non poco la popolazione iraniana e l’opinione pubblica internazionale.

Nel 2009 il presidente degli Stati Uniti aveva tessuto le lodi della grande civiltà persiana: “I would like to speak directly to the people and leaders of the Islamic Republic of Iran. Nowruz is just one part of your great and celebrated culture. Over many centuries your art, your music, literature and innovation have made the world a better and more beautiful place” e aveva parlato di relazione “tese” da circa tre decadi “…for nearly three decades relations between our nations have been strained” e di un futuro in cui superare le vecchie divisioni, aprendo a nuove possibilità, anche commerciali (“it’s a future with renewed exchanges among our people, and greater opportunities for partnership and commerce. It’s a future where the old divisions are overcome, where you and all of your neighbors and the wider world can live in greater security and greater peace“).

Dalle parole ai fatti, però, la sostanza delle relazioni fra Washington e Teheran in questi quattro anni non è mutata, anzi le sanzioni unilaterali applicate dagli Usa alla Repubblica Islamica si sono intensificate, più o meno in concomitanza di ogni nuovo rapporto dell’Aiea che non è riuscito a eliminare ogni dubbio sulla natura del nucleare iraniano.

Non è un caso che il messaggio di Felice Nowruz del 2010, dopo le contestate presidenziali iraniani 2009, rimarcava che la leadership iraniana aveva rifiutato i buoni propositi della comunità, rispondendo con un pugno chiuso a una mano tesa: “faced with an extended hand, Iran’s leaders have shown only a clenched fist” e sottolineava la distinzione fra governo e popolo iraniano. Nel 2011, infatti, in piena Primavera Araba, Barack Obama si è rivolto direttamente agli iraniani, in particolare ai giovani e nel 2012 ha sottolineato come gli Stati Uniti stiano cercando un dialogo con la gente attraverso l’uso della rete e dei social network (we set up a Virtual Embassy).

Chissà se la tradizione del Eid-eh Shoma Mobarak continuerà nel caso di una rielezione…

Forse anche per questi suoi atteggiamenti, il presidente Obama è stato accusato dai suoi detrattori di debolezza in molti settori; debolezza anche nei confronti dell’Iran. Accuse fatte sue da Mitt Romney e messe nero su bianco sul suo programma: “Il presidente Obama non ha fatto progressi nel rallentare il programma di armi nucleari iraniano”.

Non si può dire che Romney non parli chiaro: “la capacità nucleare iraniana rappresenterà una minaccia esistenziale per Israele, la cui sicurezza è di vitale importanza per gli interessi statunitensi”. La soluzione per il candidato repubblicano è una maggiore pressione militare: l’Iran deve comprendere che da parte americana c’è l’intenzione reale di ricorrere alle armi, se necessario.

Un messaggio veicolato non attraverso parole, ma azioni: una presenza costante di velivoli militari sia in Medio Oriente, sia nell’area del Golfo Persico; una maggior cooperazione militare e a livello di intelligence con Israele e una maggior collaborazione anche con gli alleati arabi attraverso, fra l’altro, esercitazioni navali congiunte, proprio a voler confermare la risolutezza nell’affrontare il caso Iran. E ancora: intensificazione delle sanzioni, sostegno all’opposizione e rafforzamento del famoso scudo antimissilistico europeo per creare “un ombrello protettivo contro le armi nucleari iraniane”. Obama anche su questo può essere considerato un debole, avendo messo da parte il progettodi Bush in questa direzione.

Se a questo si aggiungono le voci riferite dal New York Times poche settimane fa, poi smentite, di contatti segreti fra le diplomazie dei due Paesi per negoziare a due sul nucleare, e quanto scritto dal quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth che ha fatto il nome di Valerie Jarrett, avvocato di Chicago, nata a Shiraz e consigliere del presidente, come colei che starebbe lavorando dietro le quinte per aprire un canale di dialogo fra Iran e Usa, si capisce bene perché a Romney e ai suoi sostenitori la posizione di Obama potrà apparire ancora più debole.

Ma siamo così sicuri che l’attuale presidente non curi gli interessi di Israele come farebbero invece i repubblicani?

Sempre su Yedioth Ahronoth, l’ex corrispondente negli Stati Uniti, ora columnist, Ron Ben-Yishai spiega che tradizionalmente i presidenti democratici si sono sempre presi a cuore l’elettorato ebreo più dei repubblicani che non dipendono da quei voti. La politica di Obama in Medio Oriente sarebbe il riflesso, dunque, anche di quella parte di elettorato, con un plus: un presidente collaudato può curare gli interessi di Israele meglio di una recluta. Romney del resto, manca di esperienza in politica estera e soprattutto nell’area mediorientale.

Detto questo, in Iran restano convinti che questo o quello pari sono.

copy euronews.com

Il Tehran Times prende spunto dal faccia a faccia del 22 ottobre scorso su questioni di politica internazionale.

“Entrambi i candidati – si legge- hanno mostrato che, nonostante le differenze su questioni di politica nazionale, sono d’accordo  sull’Iran e sul fatto che nessuno sforzo verrà risparmiato per impedire l’acquisizione di tecnologia nucleare. Obama e Romney, che sembra stiano competendo nel cercare di compiacere le lobby israeliane prendendo posizioni più dure rispetto all’Iran, hanno promesso che tutte le opzioni restano sul tavolo”.

In buona sostanza, conclude il quotidiano iraniano: “il prossimo presidente degli Stati Unti sarà annunciato tra poche ore; è incontrovertibile che chiunque sia eletto sarà ostile all’Iran, come tutti i presidenti statunitensi dalla vittoria della Rivoluzione Islamica nel 1979”.

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