Crisi economica e regime sanzionatorio: countdown per Ahmadinejad?*/ Economic crisis and sanctions; is this the countdown for Ahmadinejad?*

Un pezzo di qualche settimana fa

* di Antonella Vicini scritto per Reset

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È passato poco più di un mese dalle manifestazioni di piazza, gli scontri e gli arresti al Gran Bazar di  Teheran, e le ragioni che hanno spinto il popolo dei mercanti iraniani a scendere in strada stanno ancora lavorando all’interno del Paese. Sono passate in secondo piano e surclassate dalle aspettative sulle elezioni negli Stati Uniti e dalle proteste per le detenzioni dei blogger nelle carceri iraniani. Ma sono sempre vive.


Non si tratta solo della svalutazione del Riyal e di una crisi economica galoppante che nel solo mese di ottobre ha fatto salire dello 0,9% il tasso di inflazione, ma di una serie movimenti interni che traghetteranno la Repubblica Islamica verso il cambio di guardia alla presidenza e che nel frattempo stanno offrendo l’immagine di un Paese meno coeso anche politicamente. Non è un caso, forse, che la Guida Suprema, l’ayatollah Ali Khamenei, ha già chiesto chiaramente a funzionari e politici iraniani di lavare i panni sporchi in casa in vista delle prossime elezioni, se non si vuole essere considerati dei “traditori”.

Dietro il crollo della moneta iraniana due fattori: l’intensificarsi delle sanzioni da parte dell’Occidente e la politica economica del presidente iraniano. La prima è una situazione su cui sarebbe difficile agire dall’interno in breve tempo, a meno di un cambio di rotta improvviso a Teheran, la seconda invece una conseguenza di scelte sbagliate e poco vicine ai bisogni della nazione.

Almeno di questo sembravano convinti i manifestanti che sono partiti dal Bazar Bozorg per dirigersi verso il Majles, il parlamento iraniano, inneggiando slogan contro la politica economica di Ahmadinejad e contro il sostegno del governo alla causa siriana, chiedendo di concentrarsi invece sulle questioni interne: “Lascia perdere la Siria, pensa alla nostra situazione”. Messaggi diretti al presidente che lasciavano fuori il grande ayatollah. Anche se è difficile immaginare un sostegno alla Siria senza il placet di Ali Khamenei.

Il popolo del bazar

Non è una coincidenza che la manifestazione sia stata organizzata dai cosiddetti bazarì, letteralmente i mercanti, ma più in generale quel pilastro fondamentale della società iraniana, tradizionalmente vicino al clero e conosciuto per il ruolo attivo che ha avuto sia nella “rivoluzione bianca” degli anni ’60, sia nella rivoluzione islamica.

I bazarì rappresentano un gruppo di pressione piuttosto potente nella Repubblica Islamica,  controllano migliaia e migliaia di voti, sovvenzionano le campagne elettorali e condizionano quindi le scelte economiche del Paese. Se è vero che i bazarì hanno bisogno del potere, è altrettanto vero che il potere ha molto bisogno dei bazarì. Un legame a doppio filo che è stato ufficializzato da Khomeini già prima della rivoluzione. Non a caso nel 1976 lo shah aveva progettato di buttare giù il Gran Bazar per costruirci un mercato moderno in stile europeo.

Il fatto che le manifestazioni siano partite da loro ha quindi un chiaro valore politico. Così come le dichiarazioni di Asgar-Oladi, il giorno dopo. Quando parla uno dei volti del Motafeh, il partito dell’alleanza islamica (Hezb-e Motalefeh-ye Eslami), parla il simbolo del legame fra mondo del bazar e il clero. In Iran, quindi, conviene prestarvi attenzione. Asgar-Oladi ha sostenuto chiaramente la necessità di “prendere in considerazione le proteste” contro chi usa scuse non credibili per aver distrutto l’economia del Paese.

Tutta colpa di Ahmadinejad?

Le recenti proteste rappresentano certamente un attacco al presidente uscente, ma forse anche un messaggio più ampio per chi ha orecchi per intendere che qualcosa deve cambiare. E la prossima occasione utile si presenterà il 14 giugno dell’anno prossimo, quando gli iraniani saranno chiamati ad eleggere il nuovo presidente della Repubblica Islamica.

Ahmadinejad, ex protetto dell’ayatollah Ali Khamenei recentemente ha dovuto incassare un colpo anche dal Majles, che ha bloccato (con 179 voti su 240, come riportato dall’agenzia Ilna) il suo progetto di assistenza economica a favore della popolazione più povera per contrastare la crisi. Ad essere colpito non è solo un provvedimento, ma un simbolo, cioè uno dei tasselli del piano economico che Ahmadinejad dopo la sua rielezione nel 2009 aveva definito “il più grande degli ultimi cinquant’anni”. Sul piano pratico ciò è stato possibile dopo che con le elezioni parlamentari avvenute nello scorso mese di marzo il presidente e ex sindaco di Teheran ha perso la maggioranza nell’Assemblea parlamentare.

Vivere oggi in Iran

La recente stretta delle sanzioni imposte da Stati Uniti e Unione Europea ha pesato non poco su una situazione che è andata deteriorandosi visibilmente di anno in anno. Se nel 2010 servivano 10mila Riyal per un dollaro, ora siamo arrivati a quota 37.500, anche se le banche cercano di mantenere un tasso ufficiale fisso più basso. Dall’inizio dell’anno, il calo è stato del 75%. In un Paese la cui economia si fonda sull’esportazione di greggio, l’ultimo giro di vite potrebbe costare 48 miliardi di dollari in introiti all’Iran, anche se non ci sono dati ufficiali su questo. Secondo alcuni analisti però, nonostante le sanzioni, il governo iraniano avrebbe ancora sufficiente valuta straniera da immettere sul mercato: il Fondo Monetario Internazionale alla fine del 2011 ha calcolato riserve per 106 miliardi di dollari.

Facendo i conti in tasca agli iraniani: nei centri urbani il costo per l’affitto di un appartamento con una stanza da letto è di 560 dollari; 1200 con tre stanze da letto. Se invece si preferisce acquistare, il prezzo di una casa al metro quadro è di 2500 dollari in centro e di 1200 dollari in periferia; mentre uno stipendio medio è di circa 600 dollari. E ancora, tre dollari per un chilo di riso; un dollaro e cinquanta circa per mele e arance; un dollaro per un chilo di pane. Prezzi non troppo lontani da quelli europei, con salari medi di circa la metà.

copy reuters

Senza contare gli effetti indiretti delle sanzioni sull’acquisto di altri beni essenziali, come i materiali medici e ospedalieri, visto che le banche iraniane sono state tagliate fuori dai circuiti internazionali. Il Washington Post recentemente riferiva che a essere colpiti sono principalmente “malati di cancro e pazienti emofiliaci, affetti da sclerosi multipla, talassemia, trapiantati e in dialisi” che non possono permettersi di interrompere le cure.

A questo si aggiunge il mercato nero, gli affari conclusi dai Guardiani della Rivoluzione nonostante le sanzioni, anzi proprio grazie alle sanzioni, e una guida politica che pare aver perso la maggior parte del consenso anche dentro il Paese.

Dall’opposizione, allo speaker del Majles di Ali Larijani, che accusa il presidente in carica di essere colpevole per l’80 per cento dei problemi del Paese; alla stampa riformista come il quotidiano Etemaad ma anche conservatrice come Khorasan, ad alcune agenzie di stampa come la Fars, fino anche ai sermoni durante la preghiera del venerdì, a Teheran, a Isfahan e a Mashhad, Ahmadinejad è ritenuto responsabile della situazione attuale, al di là delle pressioni dell’Occidente, al punto che c’è chi ipotizza una sua uscita di scena ben prima del giugno 2013

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