Gli equilibri internazionali passano per lo Stretto di Hormuz*

Prendo spunto da un’analisi sulle prospettive per i rapporti fra Iran e comunità internazionale, pubblicato sull’online di Limes, per riproporre un mio vecchio articolo*  scritto per Reset.

Nel testo di Nima Baheli, Usa e Iran, prove di dialogo,  si traccia il quadro delle relazioni fra Repubblica Islamica e Stati Uniti per i prossimi quattro anni di Amministrazione Obama durante i quali il presidente degli Stati Uniti potrebbe portare avanti quella politica di avvicinamento a Teheran di cui nelle stanze segrete della diplomazia si è già cominciato a parlare. Israele permettendo. Il 2103 del resto sarà l’anno delle elezioni politiche israeliane (che non dovrebbero portare nulla di nuovo nel panoramo politico del Paese e neanche nelle relazioni con gli Stati Unito di Obama) e delle presidenziali iraniane; rispettivamente a gennaio e a giugno. Tra i vari elementi dell’analisi di Baheli si parla anche della necessità dell’Occidente di mantenere libero accesso allo Stretto di Hormuz, “cortile di casa” ( ogni riferimento alla dottrina Monroe non è casuale) dell’Iran.

“Un attacco all’Iran – si legge nel testo linkato – porterebbe alla sicura chiusura dello Stretto di Hormuz (da dove transita il 20% delle forniture mondiali di petrolio) e a un attacco missilistico sugli impianti energetici delle nazioni arabe del Golfo Persico, causando un forte rialzo dei prezzi petroliferi e un certo aggravarsi della recessione mondiale”.

Qui di seguito il mio pezzo generale sullo Stretto di Hormuz, per capire meglio (spero) l’importanza strategica di quel tratto di mare. E’ del 6 febbraio 2012, ma da allora poco è cambiato. Repetita iuvant.

 

* di Antonella Vicinistretto_hormuz_satellite

Circa cinquanta chilometri di mare che separano il Golfo Persico da quello dell’Oman e attraverso cui transitano 17 milioni di barili di petrolio ogni giorno. In persiano lo chiamano Tangeh-ye Hormoz. È lo Stretto della discordia, punto di equilibrio per i funambolismi internazionali, dove ogni tanto si accendono le frizioni e di cui si è ritornato a parlare nelle ultime settimane.


Lo Stretto di Hormuz collega l’Oriente a all’Occidente per quel che riguarda l’energia e dimostra che gli estremi del globo dipendono da un esiguo lembo di mare. Se fosse chiuso, il prezzo del greggio subirebbe un’impennata del 20-30%, almeno secondo recenti studi del Fondo Monetario Internazionale, perché le rotte alternative per cui passa l’oro nero (e il gas) provenienti da Iran, Iraq, Quwait, Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti esistono, ma farebbero salire sensibilmente i tempi e quindi i costi del trasporto. Ed è per questa ragione che Teheran ha alzato la voce e ne ha minacciato la chiusura dopo che lo scorso 23 gennaio l’Unione Europea ha votato una nuova serie di sanzioni che dovrebbero avere l’effetto di fiaccare l’economia della Repubblica Islamica, già in difficoltà.

Il greggio iraniano e l’Opec

L’Iran è il quinto maggiore produttore al mondo di petrolio e estrae tre milioni e mezzo di barili al giorno. È il terzo esportatore di greggio. Per lo Stretto di Hormuz transita il 40% del petrolio globale (i dati sono tratti dalle analisi di un team di ricercatori del FMI capitanati da Emil Stavrev). La sua chiusura quindi colpirebbe gran parte dei membri dell’Opec, del cui prossimo segretario generale si sta discutendo proprio in questi giorni dopo che l’Arabia  Saudita ha candidato un proprio rappresentante per il triennio 2013-2016. La nomina di un saudita, però, verrebbe certamente accolta come una provocazione da Teheran visto che finora si è rispettata la tendenza di affidare il segretariato a candidati provenienti da Paesi minori, proprio per bilanciare la tendenza dei grandi produttori. La partita Iran e Arabia Saudita è in realtà molto più ampia e si riassume in quella tra mondo sciita e mondo sunnita che si sta disputando in maniera decisa su tutto lo scacchiere.

La questione di Hormuz è solo un ulteriore tassello del puzzle, in cui si inseriscono in maniera netta le questioni irrisolte fra Repubblica Islamica e parte della comunità internazionale, tanto che David Petraeus, attuale direttore della Central Intelligence Agency, si è detto convinto che Riyad sarà in grado di compensare il buco di greggio sul mercato causato dalle sanzioni all’Iran. È indubbio che le misure votate lo scorso gennaio indeboliranno l’Iran anche in ambito Opec.

Le sanzioni di Bruxelles

Lo stop alle importazioni di petrolio dall’Iran (immediate o graduali per chi ha già contratti in essere), il congelamento dei beni della Banca centrale iraniana e il divieto di commercio di oro, metalli preziosi e diamanti con gli organismi pubblici iraniani e con la Banca centrale: sono queste le nuove misure varate dall’Unione Europea contro Teheran. Questa nuova tornata giunge dopo che nel 2011 i Ventisette avevano detto no alla tecnologia chiave per la raffinazione del gas naturale.

Secondo Lady Ashton, l’Alto Rappresentante per la politica estera europea, il flusso di petrolio verso l’Ue rappresenta l’8% dell’export iraniano, pari al 17% delle loro entrate, ma il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad ha minimizzato gli effetti di questa chiusura: “c’è stata un’epoca in cui il 90% del nostro commercio era con l’Europa, ma oggi è solo il 10%. E sono 30 anni che gli Stati Uniti non comprano petrolio dall’Iran e non hanno rapporti con la nostra Banca centrale”, ha detto parlando nel sud del Paese. Si tratta ovviamente di una semplificazione perché l’ultimo atto della presidenza Obama per il 2011 è stata la firma su una legge che permette di “punire” tutte le aziende che fanno affari nei settori petrolifero e finanziario con Teheran, amplificando l’effetto dell’embargo. Tra i Paesi che hanno sottoscritto le sanzioni c’è anche l’Australia, alleata dell’Occidente. Sull’altra sponda del Pacifico, invece, stando al General Administration of Customs di Pechino, la Cina – la cui posizione nei confronti della Repubblica Islamica è sempre stata di mediazione – ha intensificato del 30% il suo interscambio petrolifero, arrivato ai 557mila barili giornalieri. Da parte sua, l’Italia vanta ancora un credito di greggio di circa due miliardi di dollari. Si tratta di arretrati non finanziari, ma di diritto di ritiro del greggio che in questo caso non verrà toccato dalle sanzioni. L’amministratore delegato dell’Eni, Paolo Scaroni, ha spiegato che nel 2010 “abbiamo avuto diritto a una quota di petrolio corrispondente a circa 500 milioni di dollari. A questo ritmo, l’intero credito potrà essere estinto entro il 2014”.

La strategia del doppio binario e l’opzione nascosta

Nonostante le nuove sanzioni, gli ispettori dell’Aiea sono tornato in questi giorni in Iran per nuovi colloqui e saranno nel Paese anche il 21 e 22 febbraio. Il canale del dialogo, dunque, rimane aperto. Si chiama strategia del “doppio binario”, come ha ricordato la stessa Ashton sottolineando che le autorità iraniane non hanno ancora risposto al suo invito a riprendere i negoziati con il gruppo 5+1. A Teheran, però, il Majlis ha bloccato per il momento il suo disegno di legge volto a impedire da subito le esportazioni di greggio ai paesi membri dell’Unione Europea, con l’obiettivo di “assetare” i Ventisette. E mentre il contenzioso procede con dinamiche piuttosto chiare tra Europa e Iran, negli Stati Uniti, secondo George Friedman, a capo della compagnia di intelligence texana Stratfor, si starebbe attuando la cosiddetta opzione nascosta. La covert option di cui parla Friedman avrebbe a che fare, ad esempio, anche con l’uccisione del giovane scienziato iraniano, Mostafa Ahmadi Roshan, i primi di gennaio. Si punterebbe così sia a instillare un clima di sfiducia e di insicurezza in chi lavora al programma nucleare iraniano, sia a dimostrare che la Repubblica Islamica non è blindata dalle penetrazioni esterne. Il prossimo banco di prova degli equilibri interni iraniani saranno le elezioni parlamentari del 2 marzo. Gli Stati Uniti, non è un mistero, sostengono un regime change sin dal 1979, ma finora il loro supporto alla dissidenza interna non ha portato ai risultati sperati, neanche nel 2009, quando il regime ha dimostrato di sapere mettere a tacere l’opposizione, per lo meno quella più rumorosa. Da ciò, prosegue Friedman, la necessità delle “azioni sotto copertura” indirizzate a colpire il programma nucleare e allo stesso tempo a scatenare reazioni anche in altri settori della vita iraniana.

“Sanzioni e covert actions” senza spingere troppo sull’acceleratore però, perché, sottolinea ancora l’esperto di intelligence, “l’interruzione, anche solo temporanea, del flusso di greggio, porterebbe rapidamente a una crisi economica globale, grazie anche all’attuale fragilità economica mondiale”.

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