Iran-Venezuela. Un nodo indissolubile anche dopo Chávez?*

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di Antonella Vicini

19 marzo 2013

Da Reset-Dialogues on Civilizations

Lutto nazionale e una cerimonia in una chiesa cattolica di Teheran per sancire il legame con il Venezuela di Hugo Chávez, il presidente che, secondo Mahmoud Ahmadinejad “è stato il simbolo di quanti vogliono giustizia, amore e pace nel mondo”. Un asse antimperialista e antiamericano, costruito negli ultimi dodici anni e rafforzato dopo il 2005, con la vittoria dell’attuale presidente iraniano. Chávez e Ahmadinejad, nemici del Grande Satana e partner diplomatici, economici, commerciali e ideali: uno uscito di scena per vie naturali, l’altro che a breve dovrà abbandonare la sua residenza politica in Piazza Pasteur. Cosa ne sarà delle relazione fra i due paesi?

È un dato di fatto che la posizione dell’attuale presidente, Mahmoud Ahmadinejad, sia deficitaria in Iran e non è scontato che i suoi amici siano anche gli amici del resto dell’establishment. Ne sono una prova le critiche del clero per le manifestazioni di cordoglio giudicate eccessive nei confronti di Hugo Chávez. In particolare, non ha convinto l’accostamento fra il leader venezuelano, il Cristo e il dodicesimo imam Mahdi (“Non ho dubbi che tornerà, a fianco del virtuoso Gesù Cristo e dell’Uomo perfetto”, aveva detto Ahmadinejad) che ha toccato un tabù dell’islam duodecimano ponendo un uomo, carismatico quanto si vuole, ma pur sempre un uomo, al fianco del salvatore per gli sciiti. Le polemiche di ayatollah come Ahmad Khatami e Mesbah Yazdi si iscrivono nel solco delle tensioni tra il fronte vicino alla Guida Suprema,  Ali Khamenei, e quello presidenziale: uno scontro interno ai conservatori che sono in lizza per le presidenziali del 14 giugno. In tema di elezioni, anche ciò che accadrà in Venezuela tra qualche settimana è fondamentale per il futuro dei due alleati.

Quando era in vita, Chávez non ha lesinato manifestazioni di sostegno nei confronti dell’Iran di Ahmadinejad, riconoscendone subito la legittimità del secondo mandato e appoggiando il nucleare di Teheran. E ancora, dopo Piombo Fuso, la violenta operazione israeliana sulla Striscia di Gaza, Chávez ha rotto le relazioni diplomatiche con lo stato ebraico.

Il leader venezuelano non ha mai risparmiato critiche  a quel piccolo “paese con la bomba atomica”, “molto aggressivo” che “ha invaso le alture del Golan”; un paese “che ha massacrato intere famiglie” e “guerrafondaio”. La sua morte pone fine a quello che pochi giorni fa Ely Karmon definiva sul quotidiano israeliano Haaretz “una storia d’amore” o meglio “una relazione simbiotica cresciuta su un viscerale antisemitismo”. Quella stessa alleanza che, nel 2009, l’ufficiale statunitense Kavon Hakimzadeh chiamava Axis of Annoyance, un fastidioso asse, a fare da contraltare all‘Axis of Unity nato all’interno dell’Opec.

Il progetto bolivariano di Chávez puntava alla creazione di un bacino ideale che si espandesse dal Mar dei Caraibi al Golfo Persico; disegno congeniale al ruolo che l’Iran sta cercando di ritagliarsi nel bel mezzo dei sommovimenti che stanno investendo la sua zona e alla necessità di non mostrarsi isolato a livello internazionale. Se i rapporti con l’Occidente sono andati via via deteriorandosi a causa delle sanzioni per il nucleare, Teheran si è rivolta non soltanto a oriente, ma anche verso l’emisfero sud.

Al di là delle simpatie e dei rapporti personali, tra Iran e Venezuela in questi anni si sono costruiti rapporti sostanziali. Oltre alle cooperazioni nel settore petrolifero e dell’industria petrolchimica, l’Iran ha firmato accordi in campo turistico (dal 2010 non c’è più bisogno del visto per raggiungere Caracas da Teheran, unite da due voli settimanali a/r che di fatto sono l’unico collegamento diretto tra Medio Oriente e Sud America), scientifico, energetico, tecnologico, delle macchine agricole (in Venezuela è possibile vedere trattori marchiati Veniran lavorare sui terreni nazionalizzati in questi anni) e automobilistico (l’industria iraniana si è dedicata alla creazione di automobile familiare da circa 7mila dollari). La Venirauto Industrias C. A, questo il nome della joint venture nata nel 2006, non ha dato però i frutti sperati a causa dell’embargo imposto all’Iran su parte della componentistica. È nell’edilizia, invece, che più di tutti ha preso forma la liaison tra Chávez e Ahmadinejad. Edilizia popolare commissionata dal governo venezuelano in nome di quella politica assistenzialista a favore delle classi meno abbienti inaugurata dall’inizio del mandato e affidata all’iraniana Kayson Company.

Le costruzioni nelle zone più depresse hanno fruttato accordi per 10mila abitazioni, già completate, e per altre 10mila da realizzare. Proprio il mese scorso all’aeroporto tedesco di Düsseldorf è stato fermato un corriere iraniano diretto a Caracas, Tahmaseb Mazaheri, ex ministro degli Esteri e governatore della Banca Centrale, con 300 milioni di Bolivar, corrispondenti a 70 milioni di dollari, in una valigetta. Soldi necessari, a detta dei rappresentanti della Kayson, a pagare gli stipendi dei dipendenti della compagnia impegnati nella grandiosa opera di costruzione.

Dubbi sulle finalità delle relazioni fra i due paesi sono stati più volte sollevati oltreoceano dove il Dipartimento di Stato Usa, già nel 2008, ha iniziato a parlare di legami pericolosi volti al terrorismo, ipotizzando la presenza di membri di Hezbollah in Sud America, via Iran, e più di recente di basi missilistiche iraniane in Venezuela di cui però non è mai stata fornita alcuna prova. E nel 2011 sono arrivate le sanzioni anche per  la PDVSA, la Petroleos de Venezuela, colpevole dei suoi rapporti con le aziende iraniane finite nella black list di Washington. Identico caso per  il Banco Internacional de Desarrollo, una sussidiaria dell’Export Development Bank of Iran che ha continuato a operare nonostante il blocco. Al di là delle accuse di terrorismo, dal sapore politico-strumentale, le fusioni economiche servono realmente ad aggirare il meccanismo delle sanzioni, grazie al gioco delle scatole cinesi. È un meccanismo non nuovo per Teheran e non è un’esclusiva di Caracas.

In Venezuela, invece, l’obiettivo è stato quello di avviare una produzione industriale che rendesse il Paese meno dipendente dal mercato statunitense (obiettivo di cui fanno parte, in maniera più ambiziosa, anche il Mercosur e l’Alba).

Ora che non c’è più  il padre della rivoluzione bolivariana, la speranza degli Stati Uniti è di poter ricominciare a gestire i rapporti con quello che è stato storicamente “il cortile di casa”, indebolendone altri. Dall’altro lato, però, ci sono legami consolidati che fruttano circa 5 miliardi di dollari all’anno. Un peso non da poco lo avranno i risultati che usciranno dalle urne in Venezuela da cui dipenderanno non solo le relazioni con i vicini di casa e con gli alleati dell’Alleanza Bolivariana delle Americhe, ma anche con i partner non allineati. Ricordando sempre che la Repubblica Islamica, in questi anni, ha saputo sfruttare il lasciapassare chavista per rafforzare relazioni anche con tutta la nuova sinistra latinoamericana.

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