Un pomeriggio con Nezami

nazemi

Chi è Neẓāmi-ye Ganjavī? Uno dei più noti autori in lingua persiana, tra la secondo metà del XII secolo e gli inizi del XIII, considerato il più grande poeta dell’epica romantica persiana a cui ha donato tratti di un realismo inusuale. E ora l’Istituto Culturale Iraniano se ne riappropria con un evento, venerdì 17, a partire dalle ore 16, presso la Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, a Castro Pretorio, con la docente di lingua e letteratura persiana dell’università degli Studi di Roma La Sapienza, Paola Orsatti. Se ne riappropria perché più di un anno fa si era aperta una querelle proprio su questo, a causa di una statua del poeta donata al Comune di Roma dalla Repubblica dell’Azerbaigian e posizionata a Villa Borghese, nell’aprile del 2012, accanto a quella del poeta Ferdowsi, scatenando così la reazione indignata di parte della comunità persiana in Italia, per il furto del poeta. Tanto che in quei giorni fu lanciata anche una petizione su Change.org in cui si spiegava che: “Sulla base della statua di Nezami si legge la seguente didascalia: POETA AZERBAIGIANO NIZAMI GANJAVI 1141-1209. Questa didascalia rappresenta un anacronismo, frutto di una grave distorsione della realtà storica, linguistica e culturale della regione. Essa ignora il fatto fondamentale che il poeta Nezami di Ganje (1141-1209 ca.) compose tutte le sue opere unicamente in lingua persiana, e dunque non può essere definito altro che “poeta persiano”. Definire Nezami “poeta Azerbaigiano” equivale – tanto per dare un’idea al pubblico italiano – a definire Erodoto “storico turco”, anziché “storico greco”, solo perché l’antica Alicarnasso, patria di Erodoto, si trova nel territorio dell’attuale Turchia”.

La regione di nascita di Nezami, denominata allora Arran e oggi nel Caucaso Orientale, era – si spiegava ancora – “una regione iranica, abitata da popolazioni che parlavano lingue iraniche, persiano e curdo (la madre di Nezami era curda). Oltre che come lingua dell’uso comune, il persiano, la lingua dell’Iran, era ed è stata per secoli la lingua letteraria e di cultura di questa regione, come di altre ampie zone dell’Asia, fino in India. La turchizzazione dell’Arran iniziò a partire dall’XI secolo, in epoca selgiuchide. Oggi, nella Repubblica dell’Azerbaigian, una delle ex-repubbliche socialiste sovietiche resasi indipendente venti anni fa, si parla una lingua turca denominata azari “azero”, che non ha niente a che vedere con la lingua in cui poetò Nezami, il persiano”. Tra i firmatari di questo appello anche la professoressa Orsatti che dopodomani, a Roma restituirà l’immagine del poeta. Lo scopriremo insieme: “Tutt’il mondo un corpo pare e la Persia è il suo cuore. Non si vergogna di tal paragone colui che col vanto lo professa! O Persia! O del pianeta il cuore! Il cor è del corpo la parte migliore”.

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