A Roma, un pomeriggio con la storia degli Arii

 foto pomeriggio con ferdUn altro appuntamento con la poesia e la letteratura persiana. Ancora una volta organizzato dall’Istituto Culturale dell’Iran che punta alla promozione e alla conoscenze della cultura iraniana in Italia. Dopo un pomeriggio con Nezami, venerdì 14 febbraio sarà la volta di “Un pomeriggio con Ferdousi”, un vero e proprio must per gli appassionati dell’antica Persia. Questa volta, però, si cambia scenario: l’appuntamento è alla Biblioteca Rispoli, Piazza Grazioli 4, che in questi anni ha ospitato numerosi eventi e manifestazioni a tema “Iran”. Venerdì toccherà a Angelo Michele Piemontese, professore emerito di lingua e letteratura persiana a La Sapienza, illustrare la figura del padre della poesia epica persiana.

 Abul-Qasem Ferdousi Tusi, o Firdousi, Ferdwosi, Firdwosi a seconda della traslitterazione (935-1020, circa) è insieme ad Hafez forse il più conosciuto degli autori persiani. Noto per il suo colossale Shāh-nāme (Libro dei Re), un poema di oltre 50.000 versi, tradotto in italiano dall’iranista Italo Pizzi alla fine dell’Ottocento, Ferdousi è in pratica il primo esponente della letteratura neopersiana che coincide con la diffusione in Iran della lingua neopersiana, cioè arabizzata nell’alfabeto e nella scelta di molti vocaboli. Ferdousi dedicò gran parte della sua vita, ben 35 anni, alla composizione di Shahnameh, partendo da una versione scritta precedentemente, in lingua pahlavi (diffusa tra il 300 a.C e il 900 d.C) ma non in forma poetica. “Il libro dei Re” – probabilmente neanche troppo apprezzato dal sultano della dinastia ghaznavide che governava allora – racconta delle storie dell’antica Persia, prima della conquista della regione da parte degli arabi, dal 5.000 a.C. quindi fino all’espansione del Califfato. Una sorta di enciclopedia tribale, per usare la definizione utilizzata da Havelock per la poesia epica, in cui si raccolgono le tradizioni, gli elementi legai al sistema di leggi e alla religione, alla divisione del potere della Persia, la terra degli Arii.

Così l’autore definisce il suo lavoro e certamente aveva ragione: “… Ho sofferto durante questi trenta anni, ma ho fatto rivevere gli iraniani (Ajam) con la lingua persiana; io non morirò poiché sarò ancora vivo, poiché ho sparso i semi di questa lingua…

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