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Chissà se ci sarà quell’incontro, quella stretta di mano o, addirittura, quella foto in cui molti sperano? Nelle cancellerie occidentali; in Siria e Iraq, forse, e in alcuni Paesi vicini ai confini del Califfato. In alcuni, ma non in tutti. Anche quest’anno, in occasione della 69sima Assemblea Generale dell’Onu, il consueto appuntamento che riunisce praticamente tutti i Paesi del mondo per fare il punto e discutere dei principali nodi dell’agenda internazionale, saranno Stati Uniti e Iran ad avere i riflettori puntati; molto più di Usa – Russia che pure hanno fatto sognare i nostalgici della Guerra Fredda.

Stati Uniti e Iran legati dall’Isis, ormai Is per molti. È da luglio che si parla di engagement fra i due per fronteggiare il pericolo islamista in Iraq, Siria e dintorni. Ma per ora il fidanzamento è sfumato, sebbene i contatti fra i sensali siano stati più intensi che mai. E in vista del 24 settembre, data in cui dopo Ban Ki moon toccherà al padrone di casa Barack Obama dare il via al vertice di alto livello, si attende anche il discorso di Hassan Rouhani: la domanda ora è come si comporteranno i padrini dei due promessi ora che gli accordi prematrimoniali non sono andati come si sperava. Se ci sarà un po’ di quel rancore che accompagna tutte le occasioni mancate, un tentativo di riavvicinamento o l’indifferenza di chi lascia intendere che la ferita non brucia.

Per il momento dalla Casa Bianca pare sia arrivata la disponibilità a un incontro. Nessuna conferma ufficiale. Anche se le dichiarazioni giunte da entrambi i fronti hanno delineato finora prospettive contrastanti e non propriamente ottimistiche. A partire dal “No” del Grande Ayatollah Ali Khamenei che sul suo sito ufficiale in persiano aveva riferito che “Gli Usa attraverso il loro ambasciatore in Iraq ci hanno chiesto di cooperare contro lo Stato Islamico. Ho rifiutato perché hanno le mani sporche”. In inglese lo aveva riassunto molto più sinteticamente nei 140 caratteri di Twitter. Ma resta il fatto che ad aver escluso Teheran dal vertice di Parigi, tenuto gli scorsi giorni per stabilire una strategia globale contro lo Stato Islamico, sia stata proprio Washington considerando la loro una presenza inappropriata in quanto “sponsor del terrore”. Uno scambio di complimenti accompagnato dalle affermazioni di Javad Zarif, il ministro degli esteri iraniano che già si trova a New York per trattare la questione nucleare con i rappresentanti dei 5+1, che ha definito il gruppo una “coalizione di pentiti”, visto che i suoi partecipanti sono stati i “creatori” dell’Isis. A bollare la coalizione come “ridicola” e la strategia americana come inefficace, è stata invece l’intervista di 54 minuti rilasciata alla NBC (qui il video integrale in inglese) dal presidente Rouhani che suggerisce piuttosto un’azione di sostegno del popolo iracheno e al governo di Baghdad e di Damasco.

E qui si arriva a un punto piuttosto cruciale nelle relazioni fra Iran e Usa riguardo alla strategia contro l’Isis. Alle radici del mancato engagment c’è, infatti, da considerare la scelta approvata proprio questo fine settimana dal Senato Usa di “aiutare” i ribelli siriani moderati contro l’Isis con lo stanziamento di 500 milioni di dollari. Addestrare e armare i ribelli siriani equivale a rafforzare i ribelli anche contro il regime di Assad, da sempre sostenuto dall’Iran e anche dalla Russia. Non è un caso che Rouhani abbia sottolineato che l’Occidente in Siria abbia appoggiato i terroristi, così come alcuni dei Paesi della coalizione.

Resta il fatto, poi, che l’Iran ha dichiarato di essere contrario a un coinvolgimento militare straniero nella regione (Khamenei lo ha ribadito nel fine settimana appena trascorso dal suo account Twitter sostenendo che se gli Stati Uniti entreranno in Siria e Iraq senza permesso incapperanno nei problemi degli ultimi 10 anni), anche se militari iraniani delle Brigate al Quds, corpo di élite dei Guardiani della Rivoluzione, sono arrivati in Iraq già dal mese di luglio a sostenere i fratelli sciiti contro il califfato.

Il quadro resta complesso e contraddittorio. L’Iran cerca da tempo il suo ruolo primario e unico nella regione, di cui le ambizioni nucleari rappresentano un tassello dal punto di vista del bilanciamento delle forze, e il fatto di essere esclusi dal vertice di Parigi rappresenta uno smacco fortissimo, soprattutto se si considera le presenza dei suoi competitor più diretti come l’Arabia Saudita e la Turchia. Salvaguardare la presenza sciita in Iraq è un diretto interesse iraniano.

E, anche senza sovrastimare la potenza militare iraniana, non è detto che gli Stati Uniti non potrebbero aver comunque bisogno dell’Iran. Tanto che rispondendo a un’audizione, come riportato dal Telegraph, John Kerry ha già affermato che se l’impegno statunitense fallisse potrebbe essere necessario l’intervento iraniano in loco. Venerdì scorso, a New York, nel corso degli incontri collaterali sull’Iraq dell’Assemblea generale, il capo del Dipartimento di Stato aveva chiarito infatti che la strategia internazionale contro l’Isis prevede un ruolo per ogni Paese vicino, incluso l’Iran. Coinvolgere Teheran significherebbe per gli Stati Uniti offrire un lasciapassare importante alla Repubblica Islamica non solo in Iraq ma anche in Siria (vicino di casa di Israele), e i tutti questi anni l’Amministrazione si è ben guardata dal farlo.

 

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